Si fa davvero un gran discutere sul futuro ruolo economico-finanziario dei c.d. Paesi emergenti di Asia (Cina, India, ecc.), di America Latina (Brasile, Messico, ecc.), ma anche di Est Europa, Africa, Medio Oriente (Russia, Arabia Saudita, Emirati Arabi, ecc.).
Il dibattito si è accentuato nel corso degli ultimi due anni che, per molteplici aspetti, sono stati fra i più difficili della storia finanziaria, poiché ci si è resi sempre più conto della forza relativa di tali Paesi, che hanno dimostrato grande resistenza e capacità di reazione rispetto alla crisi che ha travolto i c.d. Paesi sviluppati.
A ben vedere, però, non si tratta di una vera e propria sorpresa, anzi si potrebbe anche sostenere che questo rafforzamento dei Paesi emergenti vada semplicemente inquadrato nell’ambito di un trend di lunghissimo termine di riequilibrio delle diverse macro-aree economiche, politiche e demografiche del mondo.
L’idea di fondo è quella di un’accelerazione del processo che sta riportando il mondo alla sua configurazione pre-rivoluzione industriale, quando, cioè, le differenze di produttività tra le varie regioni era relativamente bassa.
Per capire meglio, vale la pena osservare questo grafico:
Storicamente gli USA e l’Europa hanno rappresentato non più del 15%-25% del PIL mondiale. Dopo la rivoluzione industriale, invece, questa incidenza andò ad incrementarsi in maniera significativa, raggiungendo un picco del 53% negli anni ‘50 del XX secolo.
Il processo di globalizzazione del capitale e dell’informazione, che ha decisamente accelerato nell’ultimo decennio, di fatto ha comportato un ridimensionamento della quota del PIL prodotta dai Paesi occidentali (fino all’attuale 36%), a tutto vantaggio degli emergenti.
Nel grafico, infatti, si nota che, lungo il corso della storia, la quota del PIL mondiale di Asia, Africa e Medio Oriente è stata dell’ordine del 60%-80%, per poi ridursi drasticamente ad un 22% negli anni ‘50. Da allora, e quindi negli ultimi 60 anni, si può osservare l’avvio di un consistente processo di convergenza di queste regioni verso i livelli medi storici, che, ad oggi, ha portato la loro incidenza ad un 46%.
E’ del tutto lecito attendersi un ritorno del peso economico di questi Paesi almeno verso il 60%, se non anche di più, peraltro in piena coerenza con la loro incidenza in termini di popolazione mondiale. Ed è altresì ragionevole ritenere che tale rafforzamento non riguarderà solo l’Asia (grazie soprattutto a Cina ed India), ma anche altre aree oggi un po’ più trascurate come Africa e Medio Oriente.
Questo trend di lungo periodo alla fine andrà a disegnare un vero e proprio nuovo ordine economico globale. Chi condivide l’esitenza di tale trend, non può che cavalcarlo come tema d’investimento, attraverso una maggiore diversificazione nell’allocazione di portafoglio (molti investitori, infatti, oggi limitano a meno del 10% l’esposizione sui Paesi emergenti a motivo di una loro presunta, maggiore rischiosità).
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Tags: Africa, Asia, Cina, India, indicatori economici, paesi emergenti, PIL, popolazione












Sono d accordo, ma credo che una volta finita questa onda di recupero, gli emergenti torneranno indietro.. d altronde se EU e USA riducono i consumi, anche gli emergenti ne soffriranno.
Io do abbstanza retta al buon Gary Shilling
A presto
Non dico che il recupero sia definitivo, e non ci saranno mai più fasi di “onde contrarie” nel breve-medio termine, ma nel lungo il trend mi sembra ineludibile: ridimensionamento di quelli che oggi sono pomposamente definiti Paesi sviluppati, a vantaggio di quelli oggi considerati emergenti.