Ferguson vs. Krugman…… ovvero (iper)inflazione o deflazione imminente?

 

Questo post è dedicato al tema dell’inflazione, ed in particolare vuole cercare di ipotizzare quale potrà essere verosimilmente l’impatto delle più imponenti politiche monetarie e fiscali pro-cicliche, ovvero di sostegno alla crescita, mai adottate dal dopoguerra ad oggi sulla dinamica dei prezzi al consumo nel medio-lungo periodo.

Fra marzo e maggio di quest’anno le aspettative prevalenti erano orientate verso i timori di future accelerazioni inflazionistiche, che avevano portato come conseguenza sui mercati finanziari a decise pressioni rialziste sulla parte lunga della curva dei rendimenti; nei mesi estivi, tuttavia, tali pressioni si sono fortemente attenuate, esprimendo una sorta di ripensamento circa le prospettive inflazionistiche. Al riguardo, direi che oggi è possibile individuare due posizioni forse un po’ “estreme”, ma senz’altro utili ad inquadrare meglio il problema.

 

Da un lato, quella che può definirsi come l’ipotesi (iper)inflazionistica, caldeggiata fra gli altri dal Prof. Niall Ferguson dell’Università di Harvard e basata sull’enfatizzazione dei rischi inflazionistici di lungo periodo che le attuali politiche economiche comportano. In particolare, si teme per i prossimi anni l’avvento di dinamiche di crescita dei prezzi al consumo molto sostenute, ben superiori in Occidente al 5% annuo (fin’anche ad arrivare alla doppia cifra), e ciò essenzialmente per i seguenti motivi:

  • le politiche adottate dalle autorità monetarie (c.d. ZIRP e QE), negli Stati Uniti così come in Europa, hanno provocato un’enorme espansione monetaria, testomoniata da un tasso di crescita di M2 ai massimi da oltre un ventennio: come insegnano le teorie monetaristiche, ciò determinerà inevitabilmente un aumento della velocità di circolazione della moneta, e, con essa, un fisiologico aumento dell’inflazione;
  • è molto probabile, inoltre, che tutta la liquidità immessa nel sistema finirà per inflazionare gli assets finanziari (o per lo meno qualcuna delle diverse asset class), con conseguente effetto ricchezza illusorio e susseguenti pressioni sui prezzi finali;
  • i prezzi delle materie prime, non certo a buon mercato (in prospettiva storica), nonchè le oscillazioni attese in campo valutario (l’indebolimento strutturale del Dollaro è il pronostico più gettonato), altro non faranno che rafforzare le pressioni inflazionistiche;
  • un’ultima, e forse più “subdola”, argomentazione riguarda il fatto che l’inflazione così provocata, se adeguatamente gestita, finirà per risultare molto conveniente agli stessi debitori pubblici, consentendo loro di ripianare l’indebitamento contratto per fronteggiare la crisi anche attraverso una riduzione del relativo valore reale.

     

Dall’altro lato, invece, si colloca l’ipotesi deflazionistica, fra i cui sostenitori si può annovare anche il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, che prefigura come pericolo principale per le economie di USA ed Europa la possibilità di un avvitamento deflazionistico dei prezzi come quello osservato in Giappone dagli anni ‘90 in avanti. In tale scenario, i tassi di crescita dell’inflazione al consumo tenderebbero ad oscillare intorno allo zero, indicativamente tra il -1% ed il +1%, almeno nella versione “core”, quella al netto, cioè, delle componenti più volatili (quali, in primis, il prezzo dell’energia). A favore di tale ipotesi, le seguenti considerazioni:

  • fra gli effetti collaterali della crisi economica si sono riscontrati un drastico abbassamento nel tasso di utilizzo della capacità produttiva ed un forte incremento dei livelli di disoccupazione: ciò ha comportato un serio squilibrio tra domanda ed offerta aggregata, in particolare deprimendo la domanda (soprattutto quella del settore privato, che risente del calo dei salari reali) e creando una situazione di eccesso di offerta nel sistema, con conseguenti pressioni al ribasso sul costo unitario del lavoro e quindi sui prezzi al consumo;
  • peraltro, rispetto a quello che avvenne negli anni ‘70 – in coincidenza, cioè, con l’ultimo episodio storico di grande inflazione – lo scenario appare oggi molto peggiore, sia perché gli equilibri demografici risultano completamente diversi (l’età mediana della popolazione si è progressivamente innalzata, provocando una tendenziale diminuzione della relativa propensione al consumo) sia, e soprattutto, in quanto sussiste un sempre più preoccupante sbilancio tra domanda ed offerta di lavoro (quest’ultima, diversamente da allora, nei Paesi meno sviluppati è più che abbondante ed è disponibile a basso costo, con conseguente effetto calmierante sul costo del lavoro e, di conseguenza, sull’inflazione finale);
  • avverso alle motivazioni dei monetaristi, infine, si osserva che affinché la potente immissione di liquidità messa in atto dalle Banche Centrali possa generare dei sensibili effetti inflazionistici sui prezzi finali, dovrebbe mettersi in moto il c.d. meccanismo del moltiplicatore dei depositi, basato sull’aumento degli impieghi all’economia da parte delle banche e più in generale su una loro maggiore disponibilità ad accrescere la massa di prestiti, entrambi fenomeni questi che però, ad oggi, com’è noto, risultano tutt’altro che ben evidenti (per non dire proprio che sono quasi assenti).

     

Verso quale dei due scenari d’inflazione propendere?

Anticipo già che personalmente sono un po’ più a favore della seconda ipotesi, quella deflazionistica, e per diversi motivi.

Innanzitutto mi sembrano indubbie le argomentazioni, anche di ordine demografico, che delineano un eccesso strutturale di offerta aggregata, che peraltro, in questa fase, risulta anche  aggravato dalla situazione critica in cui versa il mercato del lavoro nei Paesi occidentali.

A riprova di ciò può essere utile dare una scorta alla tabella seguente, dove si apprezzano congiuntamente l’invecchiamento delle popolazioni nei Paesi più sviluppati (soprattutto in Europa e Giappone), i tassi di disoccupazione (spesso in prossimità del 8%-9%, ovvero su livelli massimi pluriennali) e quelli dell’inflazione al consumo (in molti casi con il segno meno d’avanti).

 

popolazione-e-disoccupazione

 

Oltre a ciò, va ricordato che l’enorme liquidità messa a disposizione del sistema bancario in linea di massima non si è tradotto in nuovi impieghi al sistema da parte delle banche stesse (in particolare di quelle maggiori a livello internazionale), impegnate com’erano a “tappare” i buchi che la finanza creativa aveva lasciato nei loro bilanci.

L’irrigidimento dei criteri di concessione del credito (credit crunch), oltretutto, è avvenuto proprio nel momento peggiore della crisi economica. I timidi segnali di risveglio congiunturale di questi ultimi tempi, peraltro dovuti in larga misura al processo di ricostituzione delle scorte, non sembrano poter contare, almeno finora, sul tangibile e fondamentale sostegno derivante dal circuito del credito, disinnescando, sotto questo profilo, le possibili tensioni inflazionistiche paventate dai monetaristi.

In conclusione, prima che possa concretizzarsi un vero e proprio riavvio dell’inflazione al consumo nelle economie occidentali, a mio avviso sembrano essere congiuntamente necessari un tendenziale riassorbimento degli elevati livelli attuali  di disoccupazione ed un concreto e stabile rilancio del credito e, più in generale, del ciclo economico mondiale. In mancanza di tali presupposti, e comunque nell’ottica di breve periodo (1-2 anni), i rischi sul fronte dei prezzi al consumo mi sembrano più sbilanciati verso tendenze deflazionistiche piuttosto che verso un’accelerazione inflazionistica.

E il vostro parere? attendo commenti…

 

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11 Responses to “Ferguson vs. Krugman, previsioni in tema di inflazione”

  1. Luca scrive:

    Risulta difficile parlare di crescita dell’inflazione nel breve periodo, sicuramente la debolezza della domanda, compressa da minor reddito causa disoccupazione/riduzione salari per gli ammortizzatori sociali, ha il peso prepondrante.
    Più complessa è a mio vedere la dinamica nel lungo periodo: il mercato, o meglio l’insieme dei mercati (finanziario, economico, e socio-politico) troveranno un nuovo equilibrio ed un nuovo punto di partenza, che dovranno scontare gli eccessi monetari creati oggi.

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  2. andrea scrive:

    io sono incline a pensare alla seconda, ma con un grosso rischio verso un misto di deflazione/inflazione, in funzione di come si definiscono tali fenomeni.
    sicuramente di crescita economica, se non si apriranno “nuove frontiere” ad esempio verso l’energia rinnovabile che possa assorbire un grosso volume di investimenti, le economie avanzate dovranno recuperare quella capacità produttiva ferma oggi al 60/70%. quindi da queto lato nessuna possibilità di impieghi per quella massa di liquidità ferma nelle banche, mentre per il “civile” farò una considerazione in coda.
    ora c’è da domandarsi il come impiegheranno quella massa di capitali che la crisi ha scoraggiato dai derivati e simili.
    pare che ora si accontentino di interessi irrisori, confluendo sui titoli di stato, ma fino a quando ?
    la destinazione4 più probabile secondo me, sarà verso al creazione di un’altra enorme bolla sulle materie prime e commodities, e questo potrebbe portare ad un ulteriore peggioramento delle condizioni dei lavoratori già falcidiati sia dalla disoccupazione che dalla precarietà del lavoro.
    quindi inflazione sui prezzi delle materie prime, e deflazione sui prezzi dei lavorati.
    per cosa riguarda gli investimenti verso il “civile” motore trainante di tale afflusso sui mercati di liquidità, occorre guardare l’immobiliare.
    posso parlare solo di Italia, ma probabilmente il discorso è valido anche per altri.
    oggi molte abitazioni, sono ancora occupate da anziani.
    ciò che mi fa una certa rabbia, anche per cosa riguarda il discorso pensioni, è non considerare la distribuzione delle età.
    il fenomeno per cui troviamo 70/80enni ancora perfettamente attivilo dovremmo legare alla natura e origine di tali persone, nate in periodi in cui la mortalità infantile uccideva metà dei bambini prima dei 10 anni, ma quelli che sopravvivevano erano super vaccinati, ed irrobustiti dalle condizioni difficili di vita.
    oggi troviamo 40enni che hanno già subito interventi al cuore, ed altri organi, 50enni con ogni tipo di malanno ecc.. basta guardare i manifesti mortuari per rendersi conto che ne muoiono più sotto i 60anni che sopra i 70 pur esendoci interi quartieri popolati da ultra 70enni.
    penso che se l’aspettativa media di vita la facciamo sugli attuali “vecchi” si prenda una solenne cantonata.
    ma questo significa anche che nei prossimi 10 anni potrebbero diventare disponibili una gran quantità di abitazioni (quelle attualmente abitate dagli anziani) pertanto chi acquisterà nuovi immobili?
    e se il mercato immobiliare e quello delle nuove costruzioni dovesse rallentare fortemente, chi chiederà mutui ?
    ecco, questa è la mia attuale visione del problema.

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  3. AC scrive:

    @ Luca:
    la dinamica nel lungo periodo è sempre quella più difficile da prevedere… ;)
    Mi sembra che comunque concordiamo sul fatto che per un po’ di tempo non si dovrebbero manifestare spinte inflazionistiche.

    @ Andrea:
    non mi è chiaro cosa intendi per misto di deflazione/inflazione, a meno che – come ho accennato anch’io nel post – non ti attendi che alcune asset class possano essere “inflazionate” dall’abbondante liquidità immessa nel sistema.
    Interessante la tua view sull’immobiliare italiano, c’è però da osservare che quando gli anziani lasciano le abitazioni agli eredi, questi o le utilizzano personalmente (nessun impatto sul mercato), oppure le affittano o le vendono, in quest’ultimo caso tornando potenzialmente a coinvolgere il circuito del credito immobiliare. Mi sembra difficile sostenere che, ipotizzando una maggiore mortalità nei prossimi anni, tale dinamica sia destinata ad accentuarsi ed a causare effetti negativi sul mercato.

    ***
    Per un interessante approfondimento sul tema del “rischio Giappone” indotto dalle attuali politiche economiche vale la pena dare un’occhiata anche a questo articolo dell’economista Keiichiro Kobayashi:
    http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001270.html

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  4. andrea scrive:

    con inflazione/deflazione intendo deflazione sui prezzi al consumo ed inflazione (causata da speculazione) sulle materie prime che ciuderanno ancor più il lavoro in una morsa stretta, unica variabile sempre comprimibile.
    per cosa riguarda l’immobiliare,se pensiamo ai molto anziani, i loro figli sono già sicuramente sistemati e alloggiati (potrebbero eventualmente interessare ai nipoti, ma ricordiamo che ogni nipote ha almeno due coppie di nonni.
    come la vedo io, almeno per cosa riguarda le città, vista anche la fuga verso la periferia più esterna (traffico, smog, rumori , ecc), se non si conta sull’immigrazione, a breve ci si ritroverà con un parco di abitazioni vuote decisamente alto (solo milano ha più di 50.000 appartamenti vuoti), se poi si va verso l’edilizia industriale, basta un breve giro nella immediata provincia per rendersi conto di quanti capannoni vuoti ci siano.

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  5. andrea scrive:

    ottimo quel link indicato.
    sono perfettamente d’accordo sulla necessità di cambiare paradigma, visto che l’attuale si trova sempre spiazzato di fronte alle “crisi”.
    non conoscevo “lavoce”, ma per conto mio stavo elaborando le leggi di mercato dividendolo in due grandi categorie:
    quella in cui i prezzi vengono ricavati dalla vendita di tutti, o quasi tutti i beni analoghi, e quello dei beni perlopiù definiti “investimenti” in cui i prezzi vengono stabiliti dallo scambio di solo una piccola parte di essi (vedi immobiliare, azionario, ecc….). in queste due tipologie di mercati sto cercando di identificare tutte le differenze e come influiscono sulla circolazione monetaria.
    se arrivo ad un “dunque” ti farò sapere.

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  6. AC scrive:

    @ andrea:
    da un lato si parla di crisi degli alloggi, dall’altro di migliaia di appartamenti vuoti… c’è qualcosa che non torna!
    Probabilmente le tendenze immobiliari dovranno fare i conti anche con quelle socio-demografiche, per cui, ad es., molti degli alloggi vuoti verranno occupati (legalmente, s’intende) dai nuovi immigrati che ogni giorno conquistano le nostre città.
    ***
    Quanto alle nuove idee su economia e mercati, come al solito sarò lieto di ospitarti…
    ;-)

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  7. andrea scrive:

    hai ragione AC ,c’è qualcosa che non torna, ma il qualcosa è perfettamente noto.
    troppe abitazioni sono in mano a persone che non ne hanno bisogno, e, tolta anche l’ici, praticamente il tenerle vuote non costa nulla o poco comunque in confronto a quanti soldi e tempo occorre per liberarlo, e sai benissimo anche tu che una abitazione occupata vale almeno il 20/25% in meno di quella libera in caso di vendita.
    fai due conti e vedrai che comunque conviene tenerle vuote.
    ben altra cosa sarebbe se venissero tassate con un 1,5/2% se non occupate, ma questo porterebbe ad un crollo dei valori, per cui non lo faranno MAI.

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  8. AC scrive:

    @ andrea:
    l’ICI è stata abolita solo sulla prima casa, quindi tener vuote le seconde (o terze, quarte, …) abitazioni – su cui peraltro vi è anche un aggravio anche di IRPEF, e senza contare tutti i costi di amministrazione/manutenzione – non è proprio così tanto “conveniente”!

    Certamente anche affittarle non è sempre l’alternativa migliore, non solo per i problemi in caso di volontà di concludere i contratti di locazione, ma anche perché i livelli di affitto (almeno quelli non “in nero”) spesso non risultano particolarmente remunerativi.

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  9. andrea scrive:

    tutto vero quanto dici, resta il fatto che molte case vengono intestate ai diversi membri della famiglia, che li vi prendono il domicilio (finto).
    ma comunque, resta il fatto, come denunciato dall’associazione inquilini, che nella sola milano le abitazioni vuote sono uno sproposito.

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  10. parcobuoi scrive:

    Ciao, interessante il vostro blog, ti chiedo uno scambio link qualora riteneste utile il mio

    http://www.Internal-dealing.com

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  11. AC scrive:

    Il link sopra indicato non sembra funzionare correttamente.

    Ho inserito nel blogroll questo:

    http://www.internaldealing.com/

    …sperando sia quello giusto
    ;-)

    p.s.
    aspetto di vedermi linkato a mia volta… ciao.

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